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Il Santuario di San Michele a Monte Sant'Angelo e il culto dell'arcangelo sul Gargano

Il Santuario di San Michele a Monte Sant'Angelo e il culto dell'arcangelo sul Gargano

«Terribilis est locus iste». L’ingresso della “celeste” basilica di San Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo sul promontorio del Gargano è sovrastato da un’iscrizione che riassume in sé l’enorme valore, non esclusivamente spirituale, dell’antico santuario. “Terribilis est locus iste” cioè «questo luogo suscita deferenza». Come pochi altri luoghi nella storia dell’umanità la celebre spelonca garganica è infatti caratterizzata da un continuo e costante utilizzo ai fini liturgici che l’ha resa luogo dalla straordinaria stratificazione storica e culturale. Escludendo in questa sede il valore prettamente religioso che ancora permea il luogo, quell’iscrizione (minacciosa solo ad una approssimata traduzione) avverte come il santuario garganico sia un luogo che suscita attenzione e riguardo, un riguardo non solo devozionale ma anche civico e storico. Muoversi infatti negli spazi del secolare luogo di culto e scendere nella sacra grotta, secondo la tradizione consacrata direttamente dall’arcangelo, vuol dire immergersi in uno spazio dove la storia si innesta nella fede e nelle credenze per poi manifestarsi nelle più innumerevoli forme.
È impossibile infatti studiare questo insolito santuario senza iniziare districare il lungo filo degli eventi e delle testimonianze storico-artistiche partendo proprio dalle sue complesse origini a metà tra storia e leggenda. Se infatti possiamo affermare che storicamente il culto micaelico dovette approdare sul promontorio pugliese dall’Oriente, e in particolare da Costantinopoli dove era già ampiamente diffuso nel IV secolo, dal punto di vista della tradizione l’inizio della venerazione angelica è da collocarsi tra il 490 e il 493 quando il milite celeste apparve per ben tre volte.
La storia del santuario e la ricostruzione del culto si basano principalmente sul Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano (noto anche con il nome di Apparitio), un singolare testo anonimo composto probabilmente intorno all’VIII secolo. Il fondamentale manoscritto, in parte utilizzato come fonte anche da Jacopo da Varazze nella stesura della successiva Legenda Aurea, suddivide il racconto in tre parti avviando la narrazione dal celebre episodio del toro in cui un ricco pastore, eponimo del promontorio pugliese, tornato all’ovile con le sue pecore si rese conto che il suo toro migliore era nuovamente fuggito. Grazie a lunghe ricerche, Gargano ritrovò il proprio animale all’interno di una grotta ed esasperato dalla fatica e dall’ennesima fuga del bovino decise di scoccare una freccia avvelenata, la quale, tornando miracolosamente indietro, colpì però lo stesso pastore. Intimoriti dall’accaduto gli abitanti della cittadina di Siponto, nel cui territorio insisteva la grotta, si rivolsero ad un vescovo (solo successivamente identificato in Lorenzo Maiorano) che ordinò un digiuno di tre giorni al termine del quale l’arcangelo Michele apparve miracolosamente allo stesso vescovo.
Il milite angelico informò il presule di come l’evento era stato da lui architettato per dimostrare alla popolazione e al vescovo stesso come egli fosse «patrono e custode» di quella grotta e dell’intero monte. La prima apparizione micaelica, raffigurata numerose volte nella storia dell’arte (da Priamo della Quercia a Lucano da Imola, da Antoniazzo Romano a Cesare Nebbia), conclude così il primo episodio e lascia velocemente il posto alla seconda parte del racconto in cui i napoletani (bizantini) mossero guerra contro i sipontini e i beneventani (Longobardi). L’arcangelo apparendo nuovamente allo stesso vescovo del primo racconto, che lo aveva invocato assieme alla popolazione locale durante una breve tregua concessa dai napoletani, annunciò la vittoria longobarda nella battaglia del giorno successivo grazie al suo prodigioso intervento. La predetta vittoria, avvenuta secondo l’Apparitio nel 492, termina anche la seconda parte per lasciare il posto al conclusivo episodio della “Dedicazione” in cui l’usuale vescovo, fino a quel momento assai timoroso ad entrare nella grotta per venerare il santo celeste nel luogo della prima apparizione, decise di consacrare la spelonca nell’anno successivo alla grande vittoria. Arrivato però all’ingresso dell’antro, l’arcangelo comparve una terza volta per annunciare come non fosse compito umano consacrare la basilica direttamente costruita da l’emissario divino: “Io che l’ho fondata, io stesso l’ho consacrata. Ma voi entrate e frequentate pure questo luogo, posto sotto la mia protezione”. Era il 29 settembre del anno 493, giorno in cui ancora oggi si festeggia san Michele arcangelo, e il sacro luogo essendo l’unico templio della cristianità non consacrato da mani d’uomo, ricevette nei secoli il titolo di “Celeste Basilica”.

Se il primo e il terzo episodio sono stati interpretati come nucleo antico di una originale leggenda locale di fondazione, nata poco dopo l’inizio del culto angelico e riferibile ai primi secoli del santuario (V – inizi VI secolo) il secondo episodio è con ogni probabilità frutto di una interpolazione successiva (VI – VII secolo) realizzata al fine di collegare il culto, fino a quel momento sotto l’influsso di Bisanzio, alla dominazione longobarda. Non è difatti un caso che il tempio, adeguatamente ristrutturato, divenne presto santuario nazionale dei Longobardi, l’arcangelo Michele loro protettore e la sede episcopale di Siponto inglobata in quella beneventana, trasformando così il culto in un potentissimo instrumentum regni.

 

Ed è proprio in questa primigenia fase storica del santuario che si collocano anche le maggiori difficoltà di una ricostruzione filologica del complesso e delle successive e numerose alterazioni e trasformazioni. A fornirci la più antica descrizione è ancora una volta l’Apparitio che ci informa come nei primi secoli la grotta fosse originariamente suddivisa in due: una più piccola e più bassa in cui l’arcangelo aveva lasciato le proprie impronte (da qui l’altare delle impronte) e una più grande in cui, sempre secondo la tradizione, sopra un differente altare il santo avrebbe deposto il proprio mantello e un piccolo vaso contenente acqua miracolosa. A queste due grotte si accedeva tramite una stretta fenditura nella roccia intorno a cui venne costruita una prima chiesa, quella bizantina, le cui poche parti sopravvissute sono state individuate solo negli ultimi decenni dello scorso secolo grazie a importanti campagne archeologiche. L’edificio bizantino, al quale successivamente anteposero un lungo porticato, doveva essere fondamentalmente costituito da un grande ambiente, una sorta di galleria, che attraverso alcune complesse scale sbucava letteralmente nella prima cripta, quella delle impronte, attraverso cui si accedeva poi nella vera e propria grotta dalle maggiori dimensioni.

 

Dalla metà del VII sino al VIII secolo il santuario micaelico fu oggetto di numerose ristrutturazioni e ampliamenti, finanziati dai duchi longobardi e voluti al fine di ampliare gli spazi per una più facile fruizione da parte dei sempre maggiori fedeli. I primi interventi voluti da Romualdo I (662 – 687) portarono alla costruzione di una nuova scalinata la quale però divenne presto desueta. Dopo l’abbattimento del setto roccioso che divideva le due cavità e la conseguente creazione di un unico grande ambiente, si decise infatti di realizzare un nuovo accesso monumentale che, unendosi ad una complessa struttura voltata, si configurò come una lunga galleria corrispondente all’attuale Museo Lapidario della basilica. La riscoperta di quest’area, avvenuta grazie a lunghi scavi archeologici, ha permesso la sua completa musealizzazione ma soprattutto l’individuazione sui pilastri del grande scalone di numerosissime iscrizioni di pellegrini, straordinarie testimonianze del successo del culto micaelico. Proprio le numerose epigrafi sono l’incontrovertibile prova della centralità del santuario (non solo cultuale ma anche politica e strategica) nell’alto medioevo. Un’importanza che la grotta miracolosa non perse nemmeno dopo il disfacimento dei principati longobardi o nei secoli successivi come dimostrano i numerosi attacchi saraceni tra la fine del IX e gli inizi del X secolo, il più forte dei quali (nel 869) dovette danneggiare gravemente il complesso. Fu forse a causa di questi danni che l’imperatore Ludovico II (825 – 875) decise di concedere ad Aione, arcivescovo di Benevento da cui dipendeva il santuario, i mezzi utili al restauro della chiesa.

Seppur sia impossibile conoscere l’entità dell’intervento di restauro del presule campano, la critica è concorde nell’avvicinare a quella importante commissione i pochi frammenti superstiti della decorazione ad affresco di murature, sottarchi e pilastri che anticamente dovevano ricoprire gli spazi antistanti la sacra spelonca. Una campagna decorativa che dovette essere più volte ripresa e trasformata nei successivi secoli sopravvivendo ai domini che l’adattarono alle loro più diverse esigenze. Gli affreschi sopravvissuti, in buona parte staccati negli anni Sessanta del Novecento, rappresentano principalmente elementi decorativi vegetali o floreali, piccoli brani di specchiature a finto marmo o soggetti con significati simbolici come il cosiddetto Custos Ecclesiae. Ritrovato tra il 1949 e il 1955, staccato nel 1965 e oggi esposto del Salone delle Conferenze del santuario, il Custos Ecclesiae raffigura un monaco a capo scoperto, con capelli corti e tonsurati, occhi grandi e una tunica bianca. Con la mano destra la giovane figura sacerdotale regge quella che sembra essere una piccola coppa mentre il suo volto è al centro di un nimbo quadrato attributo allora riservato ai soli viventi. La sua vicinanza all’antico accesso alla grotta delle impronte, il ritrovamento nell’intonaco di due denari d’argento di Ottone II (962-973) e l’interpretazione dell’iscrizione parzialmente sopravvissuta che lo circondava, hanno permesso di identificarlo con un Leone “episcopo e peccatore”,forse l’arcivescovo di Siponto che nel 1034 ottenne l’indipendenza da Benevento o forse papa Leone IX (1049 – 1054) assiduo visitatore del santuario. Qualsiasi sia la sua identificazione, l’affresco staccato è una delle migliori testimonianze pittoriche collocabile tra la metà del IX secolo e i primi decenni dell’XI, nonché una delle primissime testimonianze storico artistiche del santuario. Un luogo di culto che in quegli stessi secoli dovette essere centro di attrazione di un fare artistico particolarmente raffinato e di straordinario pregio come dimostra il bellissimo Arcangelo Michele in rame dorato del Museo Devozionale di Monte Sant’Angelo. Attraverso una lavorazione a sbalzo di una sottile lastra di rame dorato si disvela ai nostri occhi la figura dell’arcangelo secondo un’iconografia fondamentalmente nuova per il XI secolo. Il milite celeste è infatti rappresentato non con i consueti abiti imperiali o militari ma con una elegante tunica corta tipica nelle raffigurazioni di alcuni personaggi afferenti alla stirpe reale longobarda. L’originale veste, interrotta oggi dalla successiva rottura che separa il busto dalle gambe, presenta eleganti motivi decorativi incisi con grande leggerezza sulla superficie a fingere ricami sulle spalle, sul busto e sull’orlo. Il volto tondeggiante, forse lavorato a parte e poi riunito al corpo, è circondato da ricci capelli mossi e da una aureola finemente decorata, mentre le ali si dispiegano per ospitare le due mani di cui una, la destra, doveva anticamente ospitare una lancia rivolta verso il basso come dimostra il piccolo frammento sopravvissuto e ancora visibile tra le dita. Un oggetto raffinatissimo, con ogni probabilità un prezioso dono votivo al santo, come lascia pensare l’iscrizione dedicatoria sul suppedaneo in cui vengono ricordati Roberto e Balduino style="font-weight: normal;">, forse due pellegrini di origine franca. Lo straordinario manufatto, esito di un fortuito rinvenimento in un recesso della grotta nel 1900 e databile entro la prima metà dell’XI secolo, è assieme all’affresco del Custos Ecclesiae tra le poche testimonianze storico artistiche di quell’alto medioevo che si conclude nella basilica garganica con il ritorno della dominazione bizantina.

Il ristabilito potere operò una vera e propria “ribizantinizzazione” del culto micaelico realizzata attraverso la campagna agiografica a favore del vescovo Lorenzo Maiorano, parente dell’imperatore Zenone e anticamente mandato a gestire la chiesa sipontina. Lorenzo, opportunamente identificato con il vescovo citato nel precedente racconto delle apparizioni, venne ampiamente riutilizzato da quel Leone primo vescovo sipontino indipendente, forse identificabile nel già citato Custos Ecclesiae. È proprio alla figura del vescovo Leone e alla sua attività di committente che si devono ricondurre i numerosi segni superstiti di questo periodo di grande fervore per il santuario, tra i quali primeggia lo straordinario leggio di ambone oggi al Museo Lapidario. L’opera, datata e firmata dallo scultore Acceptus nel 1041, è probabilmente una committenza di Leone che proprio in quegli anni aveva affidato allo stesso scultore e ai suoi collaboratori un esemplare analogo per la chiesa di Santa Maria di Siponto. La precisa scelta del vescovo sipontino, cioè quella di avvicinare l’arredo liturgico della basilica celeste a quello della sua sede episcopale, denota la centralità del mezzo artistico per affermare pari dignità tra gli edifici ecclesiastici nonché, contemporaneamente, una sottolineatura della diretta dipendenza dal potere episcopale della chiesa grotta. Un mondo bizantino facilmente identificabile anche nel fare stilistico dello scultore, che sembra guardare alla tradizione dei manufatti eburnei dai quali trae ispirazione non solo per l’aspetto iconografico ma anche per la loro realizzazione tecnica. Eppure Acceptus dimostra di essere uno scultore eccezionale in grado di rileggere la tradizione fornendone una nuova lettura dalla straordinaria forza espressiva. La recente ricostruzione, presentata in occasione del bel riallestimento del Museo Lapidario, aiuta a comprendere ancora di più lo straordinario valore di questo pezzo facente parte di un ambone distrutto in epoca imprecisata. L’opera era infatti inserita centralmente in una struttura a base rettangolare sostenuta da quattro colonne con altrettanti capitelli e delimitata da quattro lastre marmoree (purtroppo perdute) appoggiate su travi scolpite. In alto, davanti agli occhi dei fedeli l’alta aquila sostiene un libro aperto con la funzione di leggio mentre mostra tutta la propria straordinaria raffinatezza stilistica attraverso il gustoso espediente delle due ali semi aperte. Un’opera che si colloca quindi non distante dalla fine del cosiddetto dominio greco e dall’intervento dei normanni che solo pochi anni più tardi si sarebbero imposti in Puglia come signori e padroni. Con la nuova dominazione quelle prime rivendicazioni di diritti vescovili già dimostrati da Leone con la commissione ad Acceptus si ripresentarono con ancora maggior forza come dimostra l’accostamento del presule sipontino ad un’altra straordinaria opera: il trono vescovile della chiesa grotta. Collocato ancor oggi all’interno dell’abside del santuario, lo straordinario seggio pastorale venne avvicinato però solo molto dopo a Leone come dimostra un’attenta analisi dell’iscrizione presente sulla cornice dello schienale. L’incisione venne realizzata probabilmente intorno al 1127, quando papa Alessandro III promulgò una bolla in favore della concattredalità della basilica, poi revocata già alcuni anni dopo. Si apre quindi una complessa situazione cronologica esemplificativa della complessità degli studi relativi ai manufatti e alla storia del santuario. L’iscrizione più tarda infatti non esclude che l’opera sia in realtà più antica e che al momento dell’emanazione della bolla papale si fosse intervenuti con la sola incisione al fine di lasciare memoria dell’evento proprio su quell’oggetto che meglio rappresenta il potere episcopale. D’altro canto i due leoni che sorreggono sul dorso la semplice struttura in marmo potrebbero addirittura essere frutto di una cultura artistica successiva (forse duecentesca?). Inoltre è importante ricordare come il bellissimo oggetto, finemente lavorato, non sia monolitico ma frutto della composizione di diversi elementi marmorei, che in occasione di spostamenti o danneggiamenti potevano essere facilmente sostituiti. Il trono di Monte Sant’Angelo racchiude quindi in sé quell’incertezza che ancora aleggia sul periodo a cavallo tra la dominazione bizantina e il nuovo potere normanno del santuario e che pure segnò assai profondamente l’intero complesso. Quasi certamente sotto il regno di Roberto il Guiscardo (1015 - 1085) la basilica subì grandi trasformazioni delle quali sopravvivono però solo il portale di accesso alla chiesa e le misconosciute eppure straordinarie porte di bronzo di importazione costantinopolitana donate dal nobile amalfitano Pantaleone nel 1076.

Proprio attorno alle porte bronzee, che ancora delimitano l’accesso alla basilica, si insedia una delle proposte critiche maggiormente interessanti circa la maggiore trasformazione dell’accesso allo spazio sacro. Con ogni probabilità infatti le due ante, formate da una pesante intelaiatura di legno rivestita di formelle in oricalco (lega di rame, zinco, piombo e poco argento) e fissate da robuste cornici dello stesso metallo fermate da borchie, chiudevano fin dal principio della loro installazione l’accesso alla chiesa ai pellegrini che non entravano più dal basso attraverso la primigenia struttura, ma scendevano dall’alto, cioè dall’agglomerato urbano di Monte Sant’Angelo che in quegli anni iniziava ad ampliarsi. Prova di ciò è la totale assenza nell’atrio di ingresso di qualsiasi elemento strutturale e decorativo riferibile al periodo angioino o gotico, che invece sarebbero dovuti essere presenti se l’accesso da monte fosse stato realizzato solamente in epoca angioina. Con ogni probabilità quindi già nella seconda meta del XI secolo doveva essere presenta una lunga scalinata scavata nella roccia che venne poi successivamente ampliata e fortemente modificata all’epoca di Carlo I d’Angiò. Il portale bronzeo con le 12 formelle raffiguranti apparizione degli arcangeli Michele e Gabriele legate a tradizioni locali, romane e cassinesi, ci conduce velocemente fuori dalla dominazione normanna lasciando spazio alla presenza sveva purtroppo assai poco documentata in relazione al santuario. Un’unica preziosa eccezione è la stupenda croce in cristallo di rocca e filigrana tradizionalmente ritenuta dono personale di Federico II e oggi conservata nella Cappella delle Reliquie. L’imperatore infatti, che pure non disdegnò inizialmente il saccheggio della basilica, di ritorno dalla crociata del 1228 donò un frammento della vera croce incastonato in questo splendido oggetto. Forse di manifattura veneziana o francese, la stauroteca è databile intorno al XII secolo seppure coinvolta da innumerevoli restauri e interpolazioni di assai abili argentieri meridionali, che l’hanno infine dotata di un piede in argento sbalzato e fuso. Un oggetto prezioso che dovette dare nuova linfa a quello straordinario coacervo di inestimabili opere di oreficeria e argenteria che costituirono l’antico Tesoro del santuario conservato in spazi che, a differenze della preziosa collezione, non dovettero godere di particolare attenzione durante la dominazione sveva.

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